Crisi affitti non pagati

Crisi affitti non pagati

| Avvocato Federico Bocchini | News Blog

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Emergenza coronavirus: affitti non pagati, i numeri sono allarmanti.

 
Una famiglia su 4 è in difficoltà a versare il canone di locazione, il 40% prevede di non farcela il prossimo anno.
 
La pandemia di Coronavirus sta lasciando un forte segno sulle condizioni di vita delle famiglie italiane, tant’è che «una su quattro ha avuto difficoltà a pagare l’affitto e oltre il 40% prevede di non riuscire a pagarlo nei prossimi 12 mesi». Sono questi i dati allarmanti diffusi oggi da Federcasa, la Federazione italiana delle case popolari e dell’edilizia sociale.
 
Il fenomeno è accentuato dal fatto che le misure emergenziali varate dal Governo sono solo parziali e lasciano scoperto soprattutto il settore delle locazioni abitative, dove l’inquilino ha pochi spazi di manovra per sospendere o ridurre il canone, come abbiamo scritto di recente in Coronavirus e affitto: bisogna pagare il canone?
 
 
Nello studio ”Dimensione del disagio abitativo pre e post emergenza Covid-19. Numeri e riflessioni per una politica di settore”, commissionato all’istituto Nomisma, la Federcasa evidenzia che «a soffrire sono state anche le famiglie con un mutuo le quali, a causa delle difficoltà nel far fronte alle rate, hanno generato un ammontare di crediti deteriorati in pancia alle banche di 15,6 miliardi di euro». La Federazione aggiunge che «ad aggravare il quadro generale si aggiunge il fatto che poco meno di 100mila famiglie rischiano di diventare inadempienti, anche dopo l’emergenza, mentre 160mila hanno la casa pignorata».
 
La ricerca evidenzia come non siano stati finora programmati interventi seri per fare fronte all’emergenza abitativa: una questione che in Italia riguarda circa un milione e mezzo di famiglie, delle quali 783mila sono definite «a disagio acuto» e altre 692mila «con disagio grave».
 
A preoccupare è anche il numero dei cittadini che vivono in condizioni di povertà assoluta: sono 1,674 milioni, secondo i dati Istat, nel 2019 e la loro incidenza, sull’insieme delle famiglie italiane, è raddoppiata negli ultimi 15 anni, passando da 3,6% a 6,4%. È la nuova povertà degli italiani che l’emergenza Covid ha accentuato ulteriormente in questi primi mesi del 2020, come abbiamo sottolineato stamane nell’articolo “così il Coronavirus ci ha resi più poveri“.
 
 
Inoltre, oggi la sola componente legata agli affitti incide per oltre il 64,5% sulla spesa per l’abitazione delle famiglie: Federcasa calcola in 412 euro la spesa media sostenuta per la corresponsione del canone di locazione. In questo quadro di disagio economico ed abitativo, lo studio di Federcasa rivela che il Mezzogiorno presenta l’incidenza più alta rispetto al totale delle famiglie residenti: 8,6%, a fronte del 5,2% medio del nord e del centro Italia.
 
«Di fronte a una situazione così grave è evidente come il sistema di edilizia residenziale pubblica (Erp)rivesta un ruolo fondamentale in termini di risposte al disagio abitativo», segnala la Federazione. Se il canone medio venisse abbattuto a 200 euro, «il disagio abitativo al di fuori dell’Erp passerebbe dall’attuale milione di famiglie a circa 363mila nuclei. Se si praticasse un’ulteriore riduzione del canone fino a portarlo a 110 euro, 288mila famiglie resterebbero in situazione di disagio ma ne uscirebbero complessivamente 712mila».
 
Così, tenuto conto che il canone medio praticato in Italia per l’Erp è di 110 euro «è chiaro come il fenomeno possa trovare una risposta all’interno del sistema dell’edilizia residenziale pubblica», rileva Federcasa, che chiede «un piano d’investimenti a medio termine, che agisca su più fronti. Anzitutto occorre un piano di edilizia residenziale pubblica che porti ad avere almeno 200mila alloggi in più» ed occorre anche «intervenire sulla riqualificazione del patrimonio esistente, dove con un piano di investimenti di circa 300 milioni all’anno si potrebbero mettere a disposizione circa 12mila alloggi, ogni anno, per nuove assegnazioni».
 
«La risposta al disagio abitativo – precisa Luca Dondi, amministratore delegato di Nomisma – non può che arrivare da una ritrovata e rinnovata politica pubblica della casa. Le situazioni di povertà sono molteplici e tra loro interdipendenti. Per questo è necessario intervenire con un welfare integrato dove il contrasto alla povertà abitativa rappresenta l’anello da cui partire per sostenere e favorire l’accesso all’istruzione, alla formazione e all’occupazione».
 
 
 

Contratto affitto: è obbligatorio cambiare residenza?

Cosa succede se si cambia casa e non lo si comunica all’Anagrafe?

 
Un nostro lettore ci dice di aver da poco sottoscritto una locazione a uso abitativo. Poiché dovrà soggiornare nel nuovo immobile per poco tempo, ci chiede se sia tenuto a comunicarlo all’Anagrafe del proprio Comune. In buona sostanza, il dubbio è se, in caso di contratto d’affitto, è obbligatorio cambiare residenza.
 
La questione può essere affrontata nei seguenti termini.
 
Obbligo di reperibilità e di residenza
 
Ogni cittadino ha l’obbligo di essere reperibile: deve cioè fornire, agli uffici dell’Anagrafe, un luogo di residenza ove possa essere raggiungibile. 
 
Proprio perciò sussiste il divieto di fornire, come luogo di residenza, un indirizzo ove non si vive materialmente.
 
Questo non significa però che, per ogni spostamento, si debba cambiare residenza. La residenza deve infatti coincidere con il luogo di dimora abituale ossia con l’abitazione ove si sta per gran parte dell’anno. Pertanto, non è necessario mutare residenza se ci si sposta nella dimora estiva o se, per lavoro, si sta lontani da casa per qualche mese. 
 
Falsa residenza: cosa si rischia?
 
Fornire una residenza diversa da quella effettiva integra il reato di falso in atto pubblico. L’addetto all’Anagrafe è, infatti, un pubblico ufficiale e, quindi, non gli si può mentire. 
 
 
Il reato in commento però scatta solo quando si dà all’Anagrafe un indirizzo ove non si vive realmente, come spesso succede per questioni fiscali (si pensi alla possibilità di non pagare l’Imu sull’abitazione principale). Un’interpretazione corretta esclude quindi il reato tutte le volte in cui si cambia la residenza e non si comunica all’Anagrafe il nuovo indirizzo, sicché la residenza resta presso la vecchia abitazione. Insomma, mentire all’Anagrafe è reato mentre non aggiornarla non lo è.
 
Oltre a ciò, il Comune che riesce a scoprire la falsa residenza di un contribuente potrebbe pretendere gli arretrati dell’Imu non versati proprio per l’assenza del requisito dell’abitazione principale. Quest’ultima è, infatti, non solo il luogo ove il proprietario risiede formalmente ma anche ove dimora abitualmente.
 
Se si cambia casa bisogna cambiare residenza?
 
Chi cambia casa in affitto è tenuto a fornire all’Anagrafe anche il nuovo indirizzo e, quindi, a cambiare residenza. Il mancato aggiornamento dell’Anagrafe, seppur – come visto sopra – non costituisce reato, implica una serie di problemi per quanto attiene alla consegna di eventuali raccomandate e notifiche di atti giudiziari, multe, accertamenti fiscali, ecc.. Tutti gli atti, infatti, nonostante l’irreperibilità del destinatario, si riterranno ugualmente consegnati a questi e produrranno i loro tipici effetti a seguito del loro deposito presso la Casa Comunale o con la giacenza all’ufficio postale. Del resto, se così non fosse, sarebbe fin troppo facile sfuggire ai propri doveri non comunicando all’Anagrafe il luogo ove si va a vivere.
 
Vero è che chi sottoscrive un contratto di affitto per uso transitorio – della durata di pochi mesi (non più di 18) – non ha l’obbligo di aggiornare l’Anagrafe, ben potendo restare residente in un altro luogo, nonostante il mutamento di dimora.
 
Insomma, nell’ipotesi di un nuovo contratto di affitto è obbligatorio cambiare residenza solo se il nuovo immobile diventa una effettiva dimora abituale dell’inquilino e non invece un luogo ove stabilirsi per poco tempo o in via occasionale (come potrebbe succedere per esigenze lavorative o di vacanza).
 
Dall’altro lato, invece, il proprietario che dà in affitto la casa non può lasciare la propria residenza nell’immobile in questione proprio perché lì non vi dimora più e quindi risulterebbe irreperibile, contravvenendo all’obbligo di cui abbiamo parlato in apertura di questo articolo.

 

Avv. Federico Bocchini

 

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